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Mercoledì, 04 Ottobre 2017 12:50

incontro con lo scrittore e attore gaetano amato - di emilia filocamo

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Mi definisco un racconta storie più che uno scrittore: l’attore Gaetano Amato si svela a GIa Comunicazione.

Uno scrittore non è obbligatoriamente metodo, con un orario preciso di inizio ed un tot di capitoli prefissati da completare entro la giornata. Uno scrittore non comincia obbligatoriamente dall’inizio, a volte il finale è lampante come una fitta, capace di dare valore all’incipit nonostante il suo essere coda, capace di trascinarsi addosso tutta la storia e motivarla. Uno scrittore non deve per forza essere cosciente di esserlo, molto spesso semplicemente scrive, segue un’idea, un’ispirazione, un’immagine ,una suggestione, e dietro quella cometa di parole, quel flusso di lettere e  vicende, si forma il suo destino e nasce la sua creatura. E’ quanto imparo dall’attore e scrittore Gaetano Amato, attenzione nel corso dell’intervista lui non si definirà mai uno scrittore, preferirà concentrare l’attenzione su quello che è nell’anima da sempre, per definizione, per passione, io direi anche un po’ per missione, un insegnate, un professore, sin dall’età di 17 anni. Che poi abbia recitato con i più grandi, da Woody Allen ad Anthony Quinn, da Nanni Loi a Turi Ferro, che sia stato protagonista della serie tv, la Squadra, che ha cambiato il modo di fare serie in tv, sono cose a cui accenna con una umiltà ( vera, non di quelle scimmiottate) incredibile. Come se tutto ciò che fa parte del suo percorso artistico, non necessità di promozione gratuita e di facili amarcord. Gaetano Amato, nel nostro breve e piacevole colloquio telefonico, mi insegna che non ha un metodo di scrittura preciso: l’idea gli arriva d’improvviso e sulla scia di quel potere, è capace di terminare una storia, un libro anche in quindici giorni; mi insegna che, quasi con un paradosso, il finale è l’inizio di ogni suo romanzo, un parto inverso, perché è da lì che si comprende tutto il resto, perché un finale giusto ed azzeccato è ancora di salvezza per la più banale delle storie, se la conclusione colpisce e sorprende il lettore, diventa catarsi anche per il più “ colpevole” dei libri; mi insegna che la memoria ed il tempo con cui si scrive ed in cui si scrive sono fondamentali, così come dimostra il suo personaggio, Gennaro Di Palma. E mi insegna che quando si dice la verità, non bisogna temere niente, quando non si hanno debiti, ma solo crediti, si può tranquillamente parlare in faccia e dire ciò che si pensa senza remore.

Gaetano Amato attore e scrittore. La scrittura è sempre stata una sua passione o è nata successivamente? Ho sempre scritto, ma come autore di testi per il  cabaret per i miei spettacoli, per il mio lavoro. Il mio primo libro non era esattamente un libro, era di fatto un soggetto ampliato per un mio collega che poi l’ha dato ad un editore che ha deciso di pubblicarlo. Io non mi rendevo conto infatti di aver scritto un libro, eppure sono arrivato al Premio Bancarella. Non mi definirei uno scrittore, quanto piuttosto un racconta storie. Non creo storie, mi vengono in mente, le situazioni mi arrivano all’ improvviso, partono da un’immagine, da una suggestione. E poi mi piace cominciare dalla fine, perché credo che un finale possa pregiudicare o salvare un libro intero. Non sono uno scrittore perché non mi siedo e decido di scrivere, le idee mi vengono in mente ovunque, anche mentre ad esempio sono in macchina poi, una volta arrivata l’idea, la butto giù, ed in 15 giorni posso avere una storia già formata.

A cosa sta lavorando adesso? La vedremo in tv, al cinema? Sono tornato alla mia prima professione, faccio l’insegnante e sono soddisfatto. Probabilmente riprenderò la Tournee Uno sguardo dal Ponte di Miller con Sebastiano Somma, ma non ci sono film o fiction all’orizzonte. Non ho necessità di farlo e sto bene così, sono soddisfatto, non ho l’ansia da apparizione o da compenso.

E come scrittore, qualcosa di nuovo in uscita? Ci sono 2 libri già pronti e uno in uscita, posso dire che fino al 2019 sono coperto! Anche in questo caso non ho l’ansia da pubblicazione, molto spesso pubblico dei capitoli dei miei romanzi su facebook, proprio per il piacere di scrivere e di condividerli. Faranno parte sempre della serie di Gennaro Di Palma, il mio commissario, nato con il mio primo libro Il Testimone.  Poi sono arrivati Il mistero della I lunga, Lacrime Napulitane e poi il Tesoro di Napoli, una caccia al tesoro un po’ sui generis, un tour evocativo fra i monumenti più belli di Napoli. Il mio commissario non indaga per forza sui cadaveri, sui traffici di cocaina o sui latitanti, si parte dalla quotidianità, da cose semplici, di tutti i giorni, nel mistero della I lunga si parla del furto in un supermercato, ad esempio. Gennaro no né un uomo ma è reso uomo: è il paradigma di Napoli, sono le usanze, le mura, i modi di dire, la cucina di questa città meravigliosa che spesso è difficile da definire. Gennaro rivive le storie che racconta, ecco perché in ogni libro c’è sempre una doppia storia, c’è l’indagine e quella che si lega alla vita giornaliera di Gennaro. Ma Gennaro rivive il tutto usando i ricordi, la memoria. E’ una sorta di macchina del tempo per Napoli, per confrontare le cose che sono cambiate rispetto ai suoi tempi.

Ci sono tutti gli elementi insomma per trarne una fiction, così come avviene per tanti commissari famosi della tv: sta già accadendo? In realtà mi era stato proposto ma, purtroppo, volevano ringiovanire il mio personaggio, farne un investigatore trentenne, non hanno capito lo spirito di Gennaro Di Palma. Cosa potrebbe mai raccontare di Napoli un trentenne andando indietro con i ricordi? Mi sono opposto e l’avventura fiction per il mio personaggio è finita lì.

A proposito di fiction cosa si aspetta che cambi nella tv italiana, cosa si augura? Non mi aspetto nulla ,se non che ci sia un ritorno alla competenza e alla professionalità. Guardo solo le serie tv americane e mi rendo conto di quanto siano avanti anche quelle che in America sono già vecchie rispetto a quelle italine.  Mi auguro un cambiamento soprattutto per chi verrà dopo, magari per i miei nipoti!

Gaetano Amato ha qualche rimpianto? Se potesse tornare indietro farebbe tutto allo stesso modo o cambierebbe qualcosa? Se analizzo il mio percorso, direi che economicamente ho fatto di sicuro delle scelte che mi hanno danneggiato. Professionalmente non ho rimpianti, non ho debiti ma molti crediti. Ho avuto tante soddisfazioni, ho lavorato con Rutger Hauer, Woody Allen, Anthony Quinn, Virna Lisi,con Nanni Loy, ho fatto il mio primo film con Turi Ferro e Lina Sastri 30 anni fa. Ho lavorato nel Grande Torino e in una fiction, la Squadra, che ha segnato una svolta vera e propria nel modo di fare fiction. Ho ancora un sogno da realizzare, non so se accadrà, ci provo, ma se non dovesse andare bene, non ne farò un dramma.

A chi sente di dover dire grazie oggi? Di sicuro ad Eduardo De Filippo, a Totò , a Pino Daniele, a Ciro Madonna, a Massimo Troisi: sono diventato quello che sono oggi grazie a quello che ho potuto imparare da loro. Ciro Madonna mi ha insegnato ad entrare nelle cose, a capirle, ed è per questo che oggi mi piace dire la mia su politica ed altro, perché non guardo le cose superficialmente. E poi dico grazie anche a me: essere arrivato da Castellammare di Stabia, figlio di operai, a Roma, senza raccomandazioni, non credo sia poco, quindi un grazie a me stesso è dovuto. In fondo io sono il bene ed il male di me stesso. Sono le ultime parole di questa intervista a Gaetano Amato e la sua frase, “ sono il bene ed il male di me stesso” oltre a colpirmi per la poesia e l’essenzialità, mi fa pensare subito a Napoli. Alla sua Napoli, a quella di Gennaro Di Palma: la Napoli dei contrasti e della generosità, dei problemi e dell’intuito, delle difficoltà e della sagacia. Di tutto  quel bianco e nero,  buio e luce, ombra e sole che la rendono unica e cara. 

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Giorgio Ariu

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